venerdì 11 novembre 2011

Premestruo


Ho passato una giornata in una casa che non è la mia e piuttosto controvoglia, a monte. Ma l’ho fatto lo stesso. Ora sono le 20.27 e mi sto chiedendo insistentemente, da un po’, che cazzo mi abbia portato, ancora, a fare questa stronzata. Soprattutto perché la giornata l’ho passata pressoché da sola e probabilmente, a casa di un amico o di un’amica, non l’avrei passata così “disturbata”. Invece sentirmi così mi riporta naturalmente indietro a pensare ad atteggiamenti sbagliati che ho avuto, a decisioni sbagliate che ho preso e che non mi hanno lasciato essere felice.
Passare una giornata chiusa in casa non è cosa che mi disturba. Passare una giornata chiusa in una casa che non è la mia è cosa che mi disturba assai. Non ero prigioniera, ci mancherebbe altro, avevo pure un mazzo di chiavi (della porta di questa casa qui, s’intende). Sarei potuta uscire a fare due passi, in una città/paesone che non è la mia/il mio, a dare un’occhiata in giro in effetti. Ma ho cose da fare.
L’evolversi degli eventi nelle ultime 24 ore mi fa inevitabilmente pensare al passato e temo che questa relazione si rivelerà essere esattamente come le altre. Io divento accomodante, divento la compagna perfetta che è sempre lì, che c’è sempre. A chi non piacerebbe oh. E io in effetti dovrei essere felice di sentirmi dire che è bello tornare a casa e trovarmi qui. (in una casa che non è la mia e dove sono venuta portandomi un cambio, dentro a una valigia contenente anche due dizionari per svolgere il mio lavoro. Era pure un po’ freddino ma io sto zitta e non vado a cercare nemmeno come alzare il cazzo di riscaldamento). NON PUOI LAMENTARTI, mi urla il mio cervello. Ma in realtà mi sento disturbata quest’oggi.
Sputare fuori quello che mi disturba.
Ci provo. Essere data per scontata. Ho come l’impressione che chi ho davanti non abbia una grandissima propensione a capire come sono io e temo che qui stia passando il tempo con una me che cerca di farsi andare bene le situazioni, con il sorriso. La realtà è che mi sta venendo da piangere. Sono qui in un letto scrivendo cazzate al computer (un letto che non è il mio. Il computer, sì). Mentre un lui si è fatto la doccia e si sta asciugando i capelli. Deve riuscire per andare a lavorare. Ci mancherebbe, il lavoro è lavoro. Mi sento una stupida perché sarei dovuta essere io quella che, stamattina, si alzava e molto garbatamente diceva “io vado a casa mia, ci sentiamo quando hai finito di lavorare”. Invece, non so, mi faccio fregare? Con le parole dolci? Mi chiedo che cosa sia, a fregarmi. Perché oggi è sabato e lui doveva lavorare, ma non una giornata continuativa, sarebbe tornato a casa, usciva a fare dei servizi veloci e poi tornava. Io che sono stupida e forse anche un po’ masochista, mi sono portata il lavoro qui, pensando che tanto nel pomeriggio sarebbe stato libero. Ma il lavoro è imprevedibile e quindi l’ultimo servizio è alle nove. Lui sostiene che alle nove e mezzo sarà a casa, ma io lo conosco e credo che non arriverà prima delle dieci.
ASSOLUTAMENTE NIENTE DI MALE, davvero. Il male è questa mia terribile sensazione di essermi rituffata, o di aver ricreato, la stessa cazzo di situazione di sempre.
Questa casa mi piace un casino, vorrei che fosse mia. Ma in un sogno, nel senso, così, giusto per pensarci, questo non vuol dire che io stia qui e mi senta perfettamente a mio agio. Principalmente perché la mente mi va al passato e (si possono mettere due “principalmente?”) perché continuo a pensare che a casa mia avrei avuto un sacco di cose da fare. Non avrei saputo che cazzo fare qui, se fossi uscita. L’unica persona che conosco, qui, l’ho chiamata, ma non abita in centro e io avevo la macchina in ostaggio.
(ok, detto così è veramente tremendo. Però ieri abbiamo messo la mia macchina nel garage, di cui chiaramente non ho le chiavi. Mi erano rimaste le chiavi della macchina. Uscendo dal garage ho anche detto (ridendo, ma in realtà l’ho pensato davvero) che mi sembrerà di essere incatenata, o una cosa così. E in effetti così è stato – magari mi sono autoconvinta).
Quindi la giornata è andata che ci siamo alzati, lui è uscito per andare a lavorare e io ho lavorato qui a mia volta. Poi lui è effettivamente tornato a casa varie volte, ma nei momenti in cui era qui doveva lavorare al computer, per i servizi, per poi riuscire a lavorare.
Onestamente, sarebbe stata una meravigliosa giornata di routine, se fossi stata a casa mia o se non stessimo insieme da due mesi (oddio no, aspetta, che ‘altro giorno lui mi ha detto che è libero, giusto, lui è libero. Anch’io quindi, no? E allora, se sono libera, che cazzo ho fatto tutto il giorno in casa sua mentre lui non c’era? Perché ero qui e non a casa mia?). Vivere una giornata di routine qui dentro mi ha un po’ destabilizzata. Mi dispiace anche perché non è colpa sua se è stato fuori tutto il giorno. Nel senso, lui non sapeva che l’avrebbero chiamato per fare così tante uscite, quindi non sto dando colpe né accusando. Sì, anzi, colpa e accuse a me, che sono stata un’estrema deficiente, a stare qui a piangermi addosso.
Cazzo avevo la macchina in ostaggio però.
Poi mi scoccia perché non voglio far arrabbiare la gente. Se all’una gli avessi detto che me ne volevo andare a casa mia di certo avrebbe capito, ma ci sarebbe rimasto male, allora io cosa faccio? Piuttosto mi faccio due coglioni così, per fare un piacere a lui. È sempre-la-solita-storia-che-si-ripete.
O sono io che adesso ho paura e quindi cerco in tutti i modi di tirarmi indietro?
Non so. Ah ecco. Non mi dispiace stare in questa casa, anzi, perché l’ho detto che questa casa mi piace. Solo che non vive solo (almeno mi viene da sorridere a pensare quando, da poco conosciuti, per dirmi che ha una coinquilina mi ha detto “sai, io convivo, con una ragazza”. È decisamente poco malizioso. No aspetta, ieri sera ha detto che non gli piace che gli si dica “sei…poco malizioso, simpatico, alto, peloso, eccetera”. Questo è dare una definizione della persona (oddio forse parlava solo dei tratti caratteriali, non di quelli fisici che in effetti potrebbero essere dati di fatto, ma anche qui potrebbe nascere una nuova discussione al riguardo. Poi avevo veramente sonno. Lui di notte produce un casino, io di notte ho sonno. Anche se sono convinta che anch’io produrrei un casino, di notte) e non è bello dare le definizioni delle persone perché automaticamente le rinchiudi in uno schema, in un quadretto, e no non va bene. Allora ecco: mi appare una persona decisamente poco maliziosa (spero di aver scritto giusto).
Sì ecco poi mi perdo. Giusto, non vive solo, quindi c’è la cucina in comune, mi sembra sempre di rompere i coglioni. E comunque non è casa mia e non è la mia coinquilina e se la coinquilina fossi io probabilmente non me ne fregherebbe un cazzo di stare a chiacchierare con…oddio…l’amica (libera) del mio coinquilino, che gira per casa mia con ai piedi delle pantofole rosa che tanti altri piedi di donna hanno indossato (e stranamente, l’idea non mi da neppure fastidio! I miei piedi stanno cambiando, ho sempre sostenuto che lì dentro, tra malleolo e perone, c’è di certo un cervelletto autonomo, nei miei piedi.). Insomma, queste 24 ore mi hanno decisamente fatta sentire in gabbia, con la macchina in gabbia, con il cervello in gabbia, eppure avevo a disposizione le chiavi di casa. Ma io ormai avevo deciso che non volevo andare a fare due passi in una città che non è la mia quando sarei potuta essere a casa. Perché? Perché in realtà ero qui ogni volta che lui è tornato e ogni volta lui era contento di trovarmi qui e quindi questo mi fa piacere, forse sono un pochetto masochista, io.
Sono bravissima comunque, veramente brava, la donna perfetta. E non lo dico ironicamente, lo sono davvero. Solo che poi tanto, a lungo andare, tutti scelgono le altre, eh già. Quindi forse è il caso di ribaltare questa situazione e stasera, durante la pizza, questa giornata peserà sul groppone (sicuramente solo il mio e quando sarà ora di andare a letto, in questo letto ci sarà un lui felice e una lei che piange lacrime di coccodrillo. Le situazioni sono dure a cambiare!).

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